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Stadio Ferraris, Piciocchi attacca: «Il Comune rischia di accollarsi i rischi dell’operazione»

Il capogruppo di Vince Genova contesta lo schema di convenzione sul diritto di superficie novantennale: dalla bancabilità del progetto alla gratuità della concessione, passando per le associazioni di Villa Piantelli, capienza, rischi ambientali e diritti di naming

La delibera sulla riqualificazione dello stadio Luigi Ferraris è arrivata in Consiglio comunale accompagnata da una lunga serie di rilievi tecnici sollevati da Pietro Piciocchi, capogruppo di Vince Genova ed ex assessore al Bilancio durante le giunte Bucci e vicesindaco facente funzione negli ultimi mesi delle amministrazioni di centrodestra. Prima dell’esame del provvedimento, Piciocchi aveva chiesto di rinviare la discussione, sostenendo che alcuni aspetti dell’operazione dovessero essere ulteriormente approfonditi. La maggioranza ha respinto la richiesta, consentendo all’aula di procedere con l’iter della pratica.

Il provvedimento riguarda la costituzione, per 90 anni, del diritto di superficie sullo stadio Luigi Ferraris, sulla Villa Musso Piantelli e sulle aree pertinenziali. L’operazione rientra nel partenariato pubblico-privato previsto dal decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 38, la cosiddetta “legge stadi”, e comprende anche l’aggiornamento del programma triennale dei lavori pubblici 2026-2028 e una variazione ai documenti previsionali e programmatici del Comune.

Il diritto di superficie consente al titolare di costruire e mantenere una proprietà su un terreno appartenente a un altro soggetto. In questo caso, secondo l’impostazione dell’amministrazione, il Comune conserverebbe la proprietà pubblica dell’area e dell’impianto, mentre al concessionario verrebbe attribuito il diritto di utilizzare e riqualificare il compendio per un periodo molto lungo. È proprio la struttura giuridica e finanziaria di questo rapporto che ha concentrato gran parte delle osservazioni dell’opposizione.

Rivolgendosi all’assessore al Patrimonio Davide Patrone, Piciocchi ha riconosciuto l’impegno degli uffici nella predisposizione dei documenti, ma ha sostenuto che la proposta presenti alcune debolezze potenzialmente decisive per il successo dell’operazione. Il timore espresso in aula è che il progetto, così come configurato, possa non risultare sufficientemente solido per il mercato e per gli istituti bancari chiamati a finanziarlo.

Il primo punto riguarda infatti la cosiddetta bancabilità, cioè la possibilità concreta per il soggetto aggiudicatario di ottenere i finanziamenti necessari alla realizzazione dell’intervento. Secondo quanto riferito da Piciocchi, il piano economico-finanziario prevede un ricorso al credito bancario per circa 50 milioni di euro. Lo schema di convenzione stabilirebbe però che la verifica della sostenibilità finanziaria dell’operazione debba essere completata entro 18 mesi dall’aggiudicazione.

Per il capogruppo di Vince Genova, questa scansione temporale sarebbe rischiosa: il Comune potrebbe aggiudicare la concessione senza avere ancora la certezza che il concessionario sia effettivamente in grado di reperire la provvista finanziaria. «La bancabilità deve essere verificata prima dell’aggiudicazione, non dopo», ha detto, chiedendo che la capacità di ottenere il finanziamento diventi un requisito valutato già in sede di offerta.

Un ulteriore elemento di criticità viene individuato nella distribuzione del rischio legato all’andamento dei tassi di interesse. Piciocchi ha richiamato l’articolo 11 dello schema di convenzione, sostenendo che, nel periodo necessario alla contrazione del debito, l’eventuale peggioramento delle condizioni finanziarie potrebbe ricadere sul Comune di Genova. A suo giudizio, l’amministrazione non dovrebbe assumere né il rischio di insolvenza delle società sportive né quello derivante dall’aumento del costo del denaro.

La contestazione si estende al sistema delle garanzie previsto per gli istituti di credito. Il meccanismo ipotizzato stabilirebbe che, in caso di risoluzione anticipata del diritto di superficie per inadempimento del concessionario, la garanzia bancaria possa essere collegata alle somme eventualmente dovute dal Comune al concessionario. Secondo il copogruppo, questa impostazione sarebbe troppo fragile per garantire realmente le banche e finirebbe per esporre l’amministrazione a un rischio finanziario rilevante.

Il capogruppo ha inoltre sollevato dubbi sulla compatibilità della soluzione con le regole del partenariato pubblico-privato, che prevedono l’allocazione dei rischi in capo al soggetto privato. Ha anche richiamato le norme del testo unico degli enti locali che limitano la possibilità per i Comuni di prestare garanzie a favore di terzi. Si tratta, ha osservato, di aspetti che dovrebbero essere verificati prima della gara e non dopo l’eventuale aggiudicazione.

Un altro rilievo riguarda la disciplina dell’ipoteca sul diritto di superficie. Lo schema di convenzione, secondo Piciocchi, introdurrebbe una deroga alla disciplina prevista dall’articolo 2816 del Codice civile. Il problema, a suo giudizio, non sarebbe soltanto teorico o interpretativo, ma direttamente collegato alla possibilità per il concessionario di utilizzare il diritto di superficie come garanzia per ottenere i finanziamenti.

«Se il Comune concede un diritto di superficie, deve consentire all’aggiudicatario di portarlo in banca e di costituire un’ipoteca», ha sostenuto. Senza questa possibilità, secondo l’ex assessore, l’operazione rischierebbe di non essere finanziabile. Piciocchi ha quindi chiesto di adeguare gli atti alla disciplina civilistica, rendendo il diritto di superficie effettivamente utilizzabile come garanzia reale.

Nel mirino è finito anche il diritto di prelazione riconosciuto al promotore. Il consigliere di opposizione ha ricordato che una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea avrebbe inciso sulla possibilità di mantenere questo istituto nelle procedure di partenariato. Per questo ha chiesto di eliminare dai documenti ogni riferimento alla prelazione, ritenendo necessario aggiornare il piano economico-finanziario e gli atti collegati.

Di particolare rilievo è poi la questione della gratuità del diritto di superficie. La delibera prevede una concessione complessiva della durata di 90 anni, mentre nel suo intervento Piciocchi ha richiamato una rinuncia ai canoni per un periodo di 50 anni. La legge stadi consente all’amministrazione di riconoscere un contributo pubblico anche attraverso la concessione gratuita, ma, secondo l’opposizione, questa scelta deve essere motivata e proporzionata ai vantaggi ottenuti dal Comune.

La critica non riguarda quindi, almeno formalmente, la possibilità di concedere gratuitamente il diritto, ma l’assenza di una motivazione ritenuta sufficientemente dettagliata. Pietro Piciocchi ha chiesto una perizia tecnica asseverata e un’istruttoria che mettano a confronto il valore economico della rinuncia ai canoni con i benefici prodotti dalla riqualificazione dello stadio e dalla gestione futura dell’impianto.

Il valore del diritto di superficie sarebbe stato stimato da Rina Service in circa 13 milioni di euro. Una cifra superiore ai 6 milioni indicati in precedenza dalla sindaca, ha osservato il capogruppo, e che renderebbe ancora più necessario un controllo esterno sulla congruità della valutazione. Da qui la richiesta di sottoporre la stima all’Agenzia del Demanio, come già avvenuto, secondo Piciocchi, in precedenti operazioni immobiliari del Comune.

«Non si può sostenere che non ci sia alcun contributo pubblico», ha aggiunto. Secondo la sua ricostruzione, la rinuncia ai canoni e la concessione gratuita di un diritto patrimoniale del valore stimato di 13 milioni costituiscono comunque una forma di sostegno pubblico, anche se non viene erogata direttamente una somma di denaro.

Una parte dell’intervento è stata dedicata alla Villa Musso Piantelli, inserita nel perimetro del diritto di superficie. Piciocchi ha denunciato il mancato coinvolgimento delle associazioni che già utilizzano gli spazi della villa per attività sociali e che contribuiscono alla cura della struttura. La richiesta è di aprire un tavolo di confronto con il Comune, il futuro concessionario, il Municipio e le realtà del territorio.

L’opposizione propone inoltre che la sottoscrizione della concessione sia subordinata a un accordo quadro vincolante, in grado di garantire alle associazioni il mantenimento degli spazi e delle attività a condizioni certe e stabili. Il timore espresso è che le esigenze commerciali dei futuri gestori possano finire per prevalere sulla funzione sociale oggi svolta dalla villa.

Sul fronte sportivo, Piciocchi ha chiesto di riaprire il confronto sulla capienza del Ferraris. La riduzione dei posti, prevista nell’ipotesi progettuale, dovrebbe essere accompagnata, secondo il capogruppo, da un’analisi tecnica comparativa sulle possibili alternative. Per questo ha sollecitato la convocazione in aula di architetti, progettisti, questura, federazione sportiva e degli altri soggetti coinvolti nella definizione dei requisiti di sicurezza.

La capienza, ha sottolineato, non è soltanto un dato tecnico, ma un elemento direttamente collegato al rapporto tra lo stadio e le tifoserie di Genoa e Sampdoria. «L’affezione delle tifoserie genovesi è un patrimonio della città», ha detto, chiedendo che un tema così sensibile non venga affrontato come una scelta già definita e non modificabile.

Tra le osservazioni conclusive figura la distribuzione dei rischi connessi a eventuali problemi geologici, sismici e idraulici, alla presenza di ordigni bellici, alle bonifiche e alle condizioni del sottosuolo. Secondo Piciocchi, lo schema di convenzione dovrebbe definire con maggiore precisione chi sarà chiamato a sostenere i costi nel caso in cui, durante i lavori, emergano situazioni non previste.

L’ex assessore ha infine affrontato il tema dei diritti di denominazione commerciale dello stadio. Il piano economico-finanziario conterrebbe una significativa valorizzazione dei ricavi derivanti dal possibile abbinamento del nome Ferraris a quello di uno sponsor. Per Piciocchi, il Comune dovrebbe però mantenere un diritto di gradimento sulla denominazione scelta, come già previsto in altre operazioni.

«Il Ferraris deve restare lo stadio Luigi Ferraris», ha affermato, chiedendo che l’eventuale ingresso di un marchio commerciale nel nome dell’impianto venga discusso e valutato pubblicamente. La richiesta, ha precisato, non è di escludere a priori il naming, ma di evitare che una decisione con un forte impatto simbolico per la città venga lasciata esclusivamente alla trattativa tra concessionario e sponsor.

La posizione espressa in aula è quindi quella di un rinvio finalizzato a completare l’istruttoria e rendere più robusta la documentazione tecnica. Pietro Piciocchi ha ribadito di non voler mettere in discussione l’obiettivo della riqualificazione, ma di considerare indispensabile una revisione delle garanzie, della distribuzione dei rischi e delle condizioni economiche prima di affidare per 90 anni uno dei principali beni pubblici della città.


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